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OGGETTO D’AMORE

Chi  già c’era  ricorderà sicuramente il successo e lo scandalo del debutto di Edna O’ Brien  con Ragazze di campagna – 1960 –   primo capitolo  di una trilogia sul tema . Scandalo in ragione della sua messa all’indice nell’Irlanda bigottamente cattolica del tempo . Successo in virtù  del rifiuto normativo opposto dalla beat generation negli anni cinquanta e poi  sfociato  nel ribellismo socio culturale dei movimenti giovanili del periodo seguente . A differenza di un altro grande scrittore allora inattuale come John Edward Williams ( Stoner è del  1965 )  ,  lo spirito entomologico e anticonformista della  – bellissima – esordiente  cadde su un terreno già  predisposto , suscitando contestazioni ( e perciò ulteriori apprezzamenti ) sia per il soggetto – verità fortemente autobiografico  che per l’indubbia capacità di affrontarlo  con franchezza impavida e originale . Anche se uno degli elementi primari del consenso – dissenso riguardò una supposta pruriginosità che oggi farebbe tenerezza , se non rimanesse come estroversione simbolica di un ben diverso e più ancestrale percorso intimo , individuale e storico .

Le ragazze di campagna erano due , e si affrancavano da una vita gregaria di severità ed offese per affrontare voracemente la mitologia cittadina , salvo poi constatare che la libertà faticosamente raggiunta rimane tale solo se viene riconosciuta e condivisa anche dagli altri . Nella raccolta di novelle appena pubblicata da Einaudi ( peccato che il titolo di uno dei racconti rischi di travisarne  il significato complessivo , facendo presumere svenevoli sentimentalismi ) le donne invece sono molte , in età che vanno dall’infanzia alla vecchiaia . Tutte inconfondibilmente uniche ,  tutte apparentate dalla dicotomia fra aspirazioni e realizzazioni .

In un universo di inverni aspri fatti di mucche , geloni , doveri e silenzi le femmine nascono ,   figliano , lavorano , si sacrificano e muoiono  assoggettate ad uomini che le utilizzano fisiologicamente . Però , a differenza loro , osservano , si ascoltano , inseguono  il senso –  talvolta basta la suggestione di un germoglio o di un luminoso refolo di vento – da attribuire alle loro contraddittorie percezioni   per trasformarle in aneliti che , risolti o irrisolti , resteranno sotto scacco .  Prigioniere sociali e vittime della loro precaria diversità , non smettono di desiderare e cercare , dapprima ingenuamente e generosamente , poi con una saggezza rassegnata che sfocia   nell’asocialità della solitudine e dell’alterazione mentale . Esuli cittadine o campagnole stanziali , rinunciatarie o insofferenti anche nei propri confronti , ancorate  ad  un sentire ed un intendere che non si limita alla promessa o alla condanna di quanto  hanno  fra le gambe , non sono necessariamente sempre le migliori . C’è la smaliziata ,   l’opportunista , la smaniosa , la connivente , la maldestra , la vendicativa ,  eppure tutte hanno il pietoso candore di sperare in un’occasione che le liberi dal loro ruolo  ripetitivo e impersonale  di figlie,  sorelle, madri , mogli , suddite ,  serve .  E l ‘opportunità si presenta spesso sotto mistificate spoglie virili , a perpepetuare il circolo vizioso vittima – carnefice . Talvolta in maniera irrisolvibile , talaltra per alterazioni minime che hanno comunque il peso  di incomprensioni indelebili .

Ed è nell’esito negato  di ogni slancio come di ogni legittima difesa ,  ossia nell’essere ricondotte da umiliate a oltraggiate , il motivo esplicito o sottotraccia che accomuna tra loro questi diciassette , mobilissimi racconti . Apparentati più o meno impropriamente a quelli  di Henry James , Anton  Cechov , Alice  Munro , mentre viceversa  vengono in mente altre due straordinarie autrici : Catherine Mansfield per il fluire osmotico della narrazione tra  soggetti e ambientazioni , che filtra  pensieri e sensibilità  mediante le peculiarità dei caratteri , degli esterni e delle loro improvvise epifanie , e Carson McCullers . Quest’ultima non solo per l’oggettività  assorta con cui dipana le sue trame , ma anche per la raffinata  maestria nel declinare il femminile all’interno di una regionalità  vischiosa   ,  che trae le sue origini  dall’americanismo faulkneriano di contea .  Non troppo diversamente dalla nostalgica eppur matrigna irlandesità della O’Brien . Da delibare d’un fiato , oppure lentamente ,  racconto dopo racconto ,  sorpresa dopo sorpresa , per ripensare una condizione biologica e di costume che continua diversamente a riguardarci da vicino , maschi compresi .

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Il libro

OGGETTO D’AMORE di Edna O’ Brien  , Einaudi 2016 , 364 pagine , 18,50 euro

L’autore

Edna O’ Brien ( Tuamgraney , 1930 ) nasce in una sperduta campagna dell’Irlanda occidentale , da una madre forte e autoritaria emigrata negli Usa e poi tornata in Irlanda per mettere su famiglia . Diplomata in  farmacia nel 1950 , sposa , contro la volontà dei genitori , lo scrittore Ernest Gébler , da cui divorzierà dopo  la nascita di due figli . Precoce lettrice dei grandi classici , deve a Joyce la scelta di diventare scrittrice . Nel 1960 pubblica Ragazze di campagna , cui fanno seguito La ragazza sola e Ragazze nella felicità coniugale  . Nel 1970 compare A pagan place e undici anni dopo consacra la  pièce teatrale Virginia alla Woolf , proseguendo con le biografie di Joyce e di Lord Byron , e con  numerosi libri di  racconti , di cui sono entusiastici ammiratori sia Philip Roth che John Banville . Dal 1986 insegna scrittura creativa alla City University di New York ; nel 2006 approda  all’University College di Dublino come professore di letteratura inglese . Numerosi e prestigiosissimi i premi nazionali ed internazionali raccolti fin dal suo esordio .

La citazione

“Li immaginò , il tipo del professore con moglie paffuta , stesi fianco a fianco , i quadrati rigonfi della trapunta che si abbassavano ad ogni respiro , e le tornò in mente che stringeva fortissimo quella coperta quando il marito infuriava su di lei amandola senza amore ”  .

“L’ho desiderato spesso , specie dopo il lavoro , quando so quale sarà il mio itinerario : raccoglierò le lettere , berrò il Pernod al bar dove i colonnelli giocheranno a carte , mi siederò a parlare con loro di nulla . E ‘ da tanto che abbiamo accettato la nostra reciproca inutilità “.

“Era sorto un nuovo muro , più forte e solido di prima . La loro vita insieme e tutti quegli scambi erano come tanti sentimenti sprecati , e lei cercò di vedere un segno o di sentire un sussurro . Invece , un silenzio inondò la stanza , e al di là c’era un silenzio ancora più grande , come se anche la casa fosse morta o l’avessero messa premurosamente a dormire ” .

“Domani .. pensai . Domani me ne sarò andata . E mi accorsi di non aver perso il desiderio di fuggire nè la strenua abitudine di sperare “.

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Marinella Doriguzzi Bozzo