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NOI E ANNIE

Che l’atto della scrittura , volente o nolente , sia in qualche modo sempre autobiografico , è un dato di fatto : chi scrive concepisce , elabora  e dà alla luce quanto gli appartiene sia direttamente che per proiezione vicina o distante  .Tuttavia , in termini di genere  , l’autobiografia  riguarda la scelta narrativa  della vita dell’autore , e in questo senso si apparenta ad un’altra categoria letteraria , quella della diaristica intima . Con la differenza che il diario tende ad annotare il presente giorno dopo giorno o intervallo dopo intervallo , mentre l’autobiografia ristruttura i ricordi di un passato riesumato dalla memoria , con tutte le trasfigurazioni , le omissioni ,  i protagonismi e gli eroismi che un’idea di sè , pubblicamente trasmissibile , inevitabilmente comporta . Insieme ai fatti , si contano soprattutto le interpretazioni e le riflessioni di un io che , anche nella solitudine più pneumatica , deve forzatamente  contestualizzarsi , per cui un’autobiografia è nel contempo sia testimonianza sia indagine della storia di uno all’interno della Storia di alcuni o di molti .

 Leggendo Gli anni  , però , queste considerazioni si confondono diventando inesatte , perchè Annie Ernaux si propone qualche cosa di simile e , nel contempo , di assolutamente diverso . Parafrasando L’Henry Brulard di Stendhal , ritiene di essere arrivata in quell’età in cui sarebbe ora di sapere chi si è , da cui le tappe di un’esistenza resa ovviamente unica dalla combinazione degli elementi esterni  – traiettoria sociale e professionale – con   quelli interiori – pensieri , aspirazioni  –  ma al tempo stesso così femminilmente identica a quella di una generazione nata durante la seconda guerra mondiale , da risultare quasi paradigmatica . Quindi l’infanzia socialmente modesta , gli studi , l’iniziazione sessuale , l’insegnamento , Parigi che sostituisce la provincia ; e poi gli aborti contraccettivi , il matrimonio , i figli , il divorzio , gli amanti , una folla anonima di ruoli affettivi senza volto .  Di quando in quando diversamente riuniti al desco della domenica , misura del trascorrere delle epoche e dei costumi . Con l’incredibile cesura dell’evento bellico , anch’esso destinato a trascolorare  da lutto collettivo a sciagura privata  a imbarazzo silenzioso  a dagherrotipo archiviabile .  Poi tanti film , libri , personaggi , giornali , rotocalchi , trasmissioni televisive , pubblicità , marchi , merci , oggetti , citati luminosamente come la lampada di Aladino  o l’alone delle briciole di Pollicino . Senza tuttavia che si cerchi una strada da ritrovare , un desiderio da esprimere  o una domanda cui rispondere  : la ricognizione non traccia la mappa di un’identità personale , al più riconosce e segnala l’eterno stupore del mutare delle angolazioni individuali in funzione del trascorrere delle stagioni . Non c’è lamento , solo l’incoercibile sorpresa di constatare con quale dissennata rapidità si passi dalla premessa o promessa di un futuro troppo immenso per essere immaginato ad un presente di colpo accelerato dall’incontro di un ovulo con uno spermatozoo : il tempo dei figli a rimpiazzare quello dei  morti , sino ad una lunga contemporaneità spossessata dalla partecipazione alle loro vite , per poi trovarsi di colpo a dover preservare almeno qualche cosa  in funzione della propria ed altrui assenza .

E qui s’innesta l’assoluta singolarità di questo libro perchè , invece di individuare  almeno una frase impossibile che ,  pronunciata in silenzio , aiuti ancora a vivere , Annie Ernaux si fa carico di un’arca di Noè salvifica per assemblare – e consegnare –  la memoria di una memoria collettiva attraverso la propria – diario , racconto , romanzo storico – utilizzandola come un fasciame distintivo eppure quasi  anonimo su cui imbarcare ogni cosa superstite prima delle altre piogge a venire . Con una fiducia assoluta  e invidiabile in quella parola capace non solo di ritrovare vite ed emozioni , ma di illustrare ,  con figure e didascalie folgoranti ,  il catalogo pressochè fotografico di un intero settantennio . Non si pensi tuttavia ad una delle tante operazioni retrò che su Facebook adescano i nostalgici delle intermittenze del cuore sotto le voci Noi ragazzi di sessant’anni , Quelli nati nei decenni x e y  eccetera ; o al Nuovo dizionario delle cose perdute di Guccini , per non parlare dei gridolini fazieschi intorno ai  fab settanta – Anima mia . E neppure ad un nasuto excursus storicosociopolitico su parte del secolo breve e di quello dopo , ancora inaggettivabile , anche se temiamo un peggio che fortunatamente ignoreremo . No , si pensi piuttosto al rammarico di una consapevolezza che da sempre ci tormenta , consci della distrazione del vivere mentre i grandi fatti succedono e si succedono , diventando accadimenti giornalistico-televisivi e nel contempo accettazione  passiva o lacune della memoria ,  trasformandoci quindi in esseri separati da quella storia di cui siamo figli segnati , e di conseguenza fratelli collettivi .

Perchè Annie  è tanto sommessamente  e freddamente temeraria da riuscire in un’operazione laicamente sacra , in grado di riportare tutti alle proprie appartenenze . Con una lievità rigorosa che rende d’obbligo citare gli abusati  esprit de geometrie ed esprit de finesse , compenetrati lungo un sistema cartesiano di traiettorie e di misure tale da collocare ogni momento ed ogni fenomeno con una precisione sempre così riconoscibile ed inconfutabile da colpire al cuore . Al punto  da essere sopraffatti  non solo dalla necessità di introiettare  il possibile – ancora la memoria – attraverso plurime sottolineature , ma anche dalla lapidaria precisione dell’analisi , in grado di far emergere e di illuminare definitivamente sia le certezze come i sospetti e le lacune . E qui  entra in gioco non solo  il nitore della mente , bensì la conquista di una scrittura esemplare nel senso etimologico del termine , in grado di collegare l’intimità del singolo ad un’epopea interpretativa della collettività di cui facciamo parte . Ne nasce una doppia lezione sulla Storia e sul racconto , e il dispiacere di non averla letta prima . Unito al piacere  di poter disporre di una grande autrice   e di un accumulo di sapere spesso problematico , ma reso agevole , soggettivo-oggettivo e nel contempo affettuosamente umano  come una lunga foto di famiglia che si trova e si lascia , per poi riguardarla e ricommentarla da una vicinanza lontana  . Un risultato sorprendente e magistrale , nel senso sia letterario che profondamente materno ed educativo del termine . Con un’ultima , piccola considerazione  : si parla di un’Europa che non c’è , e di una Francia che c’era . A parte qualche dettaglio , l’esperienza dei lunghi anni di Annie ( riprendibile da ognuno in base alla puntata che lo connota anagraficamente ) è totalmente condivisibile nella carne e nella mente  . La terra è dunque grande e comune ,  il mare solcabile sulla stessa Arca . Con maggiore , grata  consapevolezza .

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Il libro

GLI ANNI di Annie Ernaux , L’orma 2015 , 276 pagine ,16 euro

L’autore

Annie Ernaux  (  cognome da ragazza Duchesne  – Yvetot , Normandia , 1940  ) nasce da una famiglia di operai poi diventati piccoli commercianti e si affranca laureandosi in lettere moderne all’università di Rouen . Diventata professoressa di ruolo , insegna in vari licei e centri francesi . Debutta come scrittrice nel 1974 con Les armoires vides e nel 1984 vince il Prix Renaudot con La place . Continua a pubblicare altre opere  ( Gli anni è del 2008 ) vincendo numerosi premi , fra cui quello della Lingua francese per l’insieme della sua attività . Tutti i titoli , eminentemente autobiografici , raccontano l’ascesa sociale dei suoi genitori , il suo matrimonio , la sua vita affettiva e sessuale , la malattia e la morte della madre , il proprio cancro al seno . Sempre con una scrittura “neutra”, senza giudizi e senza metafore , che riesce ad avvicinare il lettore  grazie all’assenza di egotismi e di trucchi romanzeschi . Studiosa  del famoso sociologo Pierre Bourdieux , si sforza di storicizzare l’intimità personale rendendola collettiva . Spesso criticata perchè  “di sinistra” , a partire dalla pubblicazione de Gli anni  gode di una stima letteraria incondizionata . Oltre a questo titolo , in Italia sono usciti Il posto e Una passione semplice .

La citazione

“I segni dei cambiamenti collettivi non sono percepibili nelle particolarità delle vite individuali , a parte forse nello scoramento e nella fatica che fanno pensare segretamente a migliaia di individui nello stesso tempo:” non cambierà mai nulla””.

“L’astuccio di plastica , le scarpe con le suole di gomma , l’orologio d’oro . Avevamo il tempo di desiderare le cose . Possederle non deludeva mai . Le si offrivano agli sguardi e all’ammirazione altrui . Custodivano un mistero e una magia che non si esurivano nè nella contemplazione nè nell’uso . Dopo averle finalmente ottenute , girandole  e rigirandole tra le mani , continuavamo ad aspettarci da loro chissà che cosa”.

“Il censimento continuo e diversificato del mondo passava attraverso la televisione . Nasceva una memoria nuova . Di quel magma di cose virtuali , viste , dimenticate e svincolate dal commento che le accompagnava , sarebbero sopravvissute le pubblicità più riproposte , le figure più pittoresche o più presenzialiste , le scene più insolite o più violente , in un gioco di sovrapposizioni che avrebbe poi fatto sembrare che Jean Seberg e Aldo Moro fossero morti nella stessa auto”.

“Non succedeva nulla di concreto , se non un tentativo di pianificare la povertà con un salario minimo garantito e la promessa di ridipingere i vani delle scale nei quartieri dormitorio  – l’ordinamento della vita di un gruppo di persone troppo numeroso per ricevere la denominazione di esclusi . La carità si istituzionalizzava”.

“Ciò che conta per lei è afferrare la durata che costituisce il suo passaggio sulla terra in una determinata epoca , il tempo che l’ha attraversata ,  il mondo che ha registrato in sè semplicemente vivendo”.

Le connessioni arbitrarie  ( e virtuose )

Benchè totalmente diverse , si potrebbero citare tante meravigliose autobiografie . Una sola , per  l’attraversamento di un cruciale mezzo secolo , con fervore e umiltà : l’appena ripubblicato Il mondo di ieri . Memorie di un europeo di Stefan Zweig  –  1941  – E la biografia di un eroe  fra gente anonima , per il  senso di avvicendamento fogliare : Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati  – 2015  –

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