Libri

LE OPERE E I GIORNI

Frank Bascombe alla fine è arrivato  anche lui a quell’età  per cui mancano le istruzioni per l’uso e s’arrabatta con limpida saggezza , consapevole del fatto di essere in attesa “di uscire dal cinema in modo che la gente che viene dopo possa vedere il film” . Chi lo ha seguito come  giornalista  trentottenne  in Sportwriter – 1986 – poi immobiliarista quarantaquattrenne ne Il giorno dell’indipendenza – 1995 – infine cinquantacinquenne alle prese con Lo stato delle cose – 2006 –   nutre nei suoi confronti un’affettuosa dimestichezza parentale . Sa che il suo è stato un percorso tra tanti , ma ha partecipato ai  due matrimoni , alla nascita e alla crescita dei figli , alla morte di uno dei tre e alle sue vicissitudini amical lavorative ; e quindi lo riabbraccia ultrasessantenne lungo una banchina , con il malinconico sollievo di una reciproca certezza : “quella di morire prima che il lungo treno carico di merda trovi la stazione”.

Sommesso affresco corale di una modernità tutta in soggettiva , il libro è suddiviso in quattro capitoli che sono altrettanti incontri , all’interno di altrettante case intese come silenti testimoni delle vite che le hanno attraversate : l’amico che  ha acquistato la sua lussuosa dimora sulla costa del New Jersey , divelta dall’ uragano Sandy che butta all’aria il passato come il futuro , e  trascorre minaccioso lungo tutte le pagine , a chiudere interrogativi per riaprirne altri , segnando nel suo abbattersi cieco una delle poche cesure chiare fra un prima e un dopo . La professoressa nera di storia dell’arte , in cerca di un doloroso riepilogo da condividere con lo sconosciuto inquilino che ora abita inconsapevole le stesse tragiche stanze della sua giovinezza . La brillante ex moglie malata di Alzheimer , volontariamente ricoverata in quelle cliniche di extra lusso , tutte intente  a ” rinnovare il fenomeno della vecchiaia come se fosse altamente desiderabile” . Il fu brillante cialtrone Oliva , nè sodale nè complice , trasfigurato da castellano in mummia morente , ma rigorosamente tinta di un nero allisciato , con una inutile ultima confessione che si colloca tra la vendetta egotistica e il sollievo egoista . E tante , tante altre figure e figurine al contorno , dai pesi massimi della politica agli umili che ancora lavorano con le mani .

Convinto che invecchiare sia una sottrazione graduale , una frequentazione di accumuli pregressi , e che le cose vadano come devono andare perchè si conoscono solo quelle che si sono già fatte , Frank non è tanto  in un’età di bilanci , quanto di  riconsiderazioni prospettiche in grado di illuminargli un crescente numero di elementi su di sè e sugli altri  (” se siamo così è perchè ci piaceva essere così”) . In questo senso non si tratta  di un titolo crepuscolare per simil coetanei , bensì di un’opera altamente raccomandabile anche ai più giovani , che vi possono trovare non tanto un brillante e umanissimo condensato delle inutili esperienze altrui , quanto l’arte dello scrivere intesa come intelligere , nel senso etimologico di collegamento dei fenomeni e di decrittamento delle loro conseguenze . Secondo un disegno  solo apparentemente colloquiale in quanto non un’unica virgola è lasciata all’effusione emotiva dell’io narrante o alla vaghezza del caso .  E non importa se non si conosce la precedente trilogia , perchè si tratta di una saga  “seriale” che non ha nulla da spartire con la serialità . Quindi , anche se prosegue e magari conclude , brilla  autonomamente della luce propria dei nobili scritti riusciti .

Variabile aggiornata e prosaicamente pragmatica di un Montaigne non ossessionato da se stesso e dall’uomo ,Tutto potrebbe andare molto peggio è innanzitutto un racconto mentale e corporale  di fatti , di pensieri e di dialoghi intorno all’occasione del vivere , denso di pietà civile come di umoristiche difese , dentro un mondo che ci sorpassa in continuazione e corre , a differenza nostra , non si sa verso quale traguardo . Quasi ogni riga è narrazione e nel contempo sintesi , tanto che si potrebbe rappresentare come un esemplare condensato aforismatico all’interno di un’avventura continuamente coinvolgente , dolente ed esilarante . La scrittura è piana , esplicita , affilata , in bilico tra la percezione dei sensi e il lavorio di una mente inesausta , intenta ad ogni interstizio  rivelatore . Gli individui sono sia centrali che periferici , perchè lo spazio è il grande contesto protagonista , inteso come natura imperscrutabile , luogo dove l’uomo edifica di passaggio i propri nidi , emana e raccoglie le  cose che il tempo trasforma in memoria e le televisioni in ripetitiva quotidianità , mentre il gioco prospettico delle vicinanze e delle lontananze dai luoghi e dalle persone tesse delle trame che il protagonista si sforza di trasformare in lucida , resiliente consapevolezza . E non a caso il tempo del romanzo è quello prossimo al Natale , da cui , stanziali o meno , credenti o no , tutti si aspettano comunque qualche cosa ,  mentre la vita succede secondo altri disegni , e tocca a noi interpretarne il fluire misurandola sul metro dei ricordi  , dei rapporti , delle speranze , dei timori .

Dopo la grandiosa prova di Canada – 2013 – Richard Ford  ritorna senza la minima stanchezza al rifugio-osservatorio del suo alter ego , e così facendo si inserisce ancora una volta gloriosamente nel grande filone esistenzial antropologico sociale  tracciato da Bellow e da Roth , mentre l’editoria rispolvera  Updike , il personaggio di Arry Angstrom e il ciclo del Coniglio .Tira un’aria di chiarimenti , di interpretazioni , di riepiloghi , di nostalgie , di ripartenze , forse per la consapevolezza di come poco si domini  quanto  sfugge  centrifugamente  per conto proprio , mentre risulta sempre più impellente cercare di capirne e correggerne  traiettoria e  portata . Senza sapere collettivamente e individualmente dove sia collocata la catena , se dentro o fuori qualcosa ,  anche a costo di nessuna redenzione personale dei singoli anelli .

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Il libro

TUTTO POTREBBE ANDARE MOLTO PEGGIO ( Let me be Frank with you ) di Richard Ford , Feltrinelli 2015 , 215 pagine , 17 euro

L’autore

Richard Ford – 1944 , Jackson , Mississippi – dopo un’infanzia travagliata , studi diversi e due romanzi di insuccesso , diventa giornalista sportivo per il newyorkese  Inside Sports . Fallita la rivista , ritorna al romanzo con il personaggio di Frank Bascombe : la critica lo accredita , apparentandolo a Raymond Carver e a Thobias Wolfe . Accumula numerosi premi e una fama ormai internazionale grazie anche ad altri romanzi e racconti che egli stesso ritiene frutto di due motivi conduttori : la redenzione e la resilienza . Insegna Letteratura e scrittura alla Columbia University .

Le citazioni

“Le case – anche le poche che sembrano intatte – hanno l’aria stordita di chi ha preso una stangata che l’ha ridotto al silenzio”

“Che poca differenza fa una casa quando non c’è più . Con quanta prontezza , per non dire fluidità , il mondo torna a far valere i suoi diritti e ridiventa se stesso”

“Di un bell’uragano che va per le spicce si può dire che rimetta la vita in prospettiva”

“Perchè sono diventato un incidente ambulante in attesa di verificarsi ?”

“Io non mi guardo più allo specchio . Costa meno della chirurgia”

“Poichè il tempo investito determina la qualità di un’amicizia , avere più di cinque amici genuini è quasi impossibile”

“Il mondo diventa più piccolo e più concentrato quanto più a lungo vi restiamo”

“Eddie stava scrivendo un romanzo  ( l’ultima risorsa per un certo tipo di ottimisti destinati al fallimento ) “

Le connessioni arbitrarie ( e virtuose )

La resa dei conti e Quello col piede in bocca e altri racconti di Saul Bellow

Il ciclo di Zuckerman e Everyman di Philip Roth

Una desolazione di Yasmina Reza

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