Libri

FORSE SI’ ANCHE NO – 2

LA FORTEZZA di Jennifer Egan , Minimum Fax 2014 , 320 pagine ,18 euro

Chi ha scomodato per La fortezza i grandi nomi della letteratura classica e contemporanea , da Marcel Proust a Franz Kafka a David Foster Wallace , vuole esageratamente bene a Jennifer Egan per almeno due motivi : la memoria dell’encomiabile riuscita de Il tempo è un bastardo ( singolare polifonia di racconti autonomi che si intersecano per comporre un  affresco fluviale smontato e rimontato intorno a più centri strabici di matrice post moderna ) e il richiamo di un gotico rivisitato non tanto secondo le tematiche del genere , quanto in funzione di quei pallidi derivati che si ritrovano  negli attuali videogiochi di avventura . Perchè La fortezza è di gran lunga inferiore sia al romanzo che nel 2011 è valso alla scrittrice il Premio Pulitzer per la narrativa , sia  a Guardami , che lo precede di circa una decina d’anni . Ed è meno riuscito perchè Egan si ripropone pedissequamente nella destrutturazione e ricostruzione della trama , rasentando goffaggini e ingenuità che diventano una maniera finto-sperimentale fine a se stessa . Gli scomparti del racconto sono tre : l’attrazione-repulsione di un esperto newyorkese del superfluo , precipitato dall’iperconnessione tecnologica alle rarefazioni misteriose di un castello polacco sospeso tra un  passato nobile e il futuro di un resort di lusso ; il percorso di evasione di un condannato che cerca un riscatto non dalla colpa , ma dalla propria individualità attraverso un modesto corso di scrittura , secondo i luoghi comuni tipici di tanta cinematografia carceraria ; l’amore di una ex drogata inadeguata a se stessa , e quindi al  ruolo di madre , di moglie e di insegnante . Non diremo in quale  modo i tre elementi o personaggi contengano gli uni negli altri , ma è interessante notare come il dato di realtà venga continuamente trasfigurato lungo un asse che divide l’aperto dal chiuso , il qui e ora dall’altrove , l’essere dall’apparire , il vivere dall’annullarsi . E come questa stessa – presunta – realtà riecheggi la cancellazione del tempo e dello spazio secondo elementi a loro volta fictionali , per cui quello che resta sono le derive di una continua trance interiore , spesso riscattata da un’autentica vocazione scrittoria , che rimane la vera cifra stilisticamente importante e sempre riconoscibile dell’autrice . Grazie alla quale il lettore entra in empatia con la psicologia di personaggi oscuri e comuni , eppure capaci di addentrarsi in quel disagio dell’esistere cui la contemporaneità non sa dare un nome , perchè ne individua troppi . Nel contempo viene lusingato dai tanti déjà vu et déjà oui che affastellano   la cronaca , il  fiabesco , le incursioni nel rosa come nel noir , la suspense a puntate dei serial televisivi , la verve pseudo brillante , dai blog mondani a Vanity Fair , fino alla critica di costume .  Ne risulta un pastiche programmaticamente virtuosistico che , non pago , fa anche il verso a se stesso attraverso l’intervento in prima persona dell’autrice . Chi non ne è consapevole si lascia sedurre , agevolmente adagiato su quanto gli è comunque familiare , ignorandone le radici ; chi viceversa ha maggior orecchio sta consapevolmente al gioco , percepisce che si cerca di spacciare il vecchio per nuovo , la manipolazione per ispirazione , sì che il vero interesse finisce nel risiedere su come il libro saprà cavarsela , dopo aver lanciato in aria troppi stimoli rispetto alle sue abilità – possibilità , volendo a tutti i costi far tornare dei wicked games . Un vizio sempre più frequente nella letteratura attuale , ossessionata dal racconto ad effetto , votata  ad un intrattenimento disposto a sacrificare la  qualità complessiva del dettato , forse  consapevole della progressiva labilità di attenzione e  concentrazione da parte di chi legge .

4_MEZZA

GIORNI PERFETTI di Raphael Montes , Einaudi Stile Libero Big 2015 , 276 pagine , 18 euro

Ecco un libro inapparentabile al precedente per l’età – 25 anni – dell’autore e per la sua matrice geografico-culturale ( è brasiliano ) . Eppure con alcuni evidenti punti di contatto : l’ambizione di piegare l’introspezione psicologica di un personaggio all’intrattenimento di genere thriller noir , e la capacità elevata di seguirne dall’interno i moti distorti della mente e del cuore , causa e nel contempo reazione  ad accadimenti ora sommessi , ora gridati . Téo è uno studente di medicina ; ama Gertrudes di un amore esclusivo e totalizzante , ma Gertrudes è un’anziana donna semiputrefatta che giace su un tavolo d’obitorio , offerta alle dissezioni altrui . Finchè una sera , vedendo una ragazza che ne bacia un’altra , Téo trasferisce la sua attenzione compulsiva a Clarice e la sequestra in un lungo incubo , convinto che con il tempo saprà farsi amare . A differenza della Egan , Montes non cerca di mistificare la struttura , ma entra a piedi giunti in un caso clinico di solitudine , capace di affondare nella cronaca nera senza mai perdere di vista i soliloqui ossessivi di una mente singolarmente lucida nella sua ottenebrata anomalia . Gli eventi si susseguono velocissimi perchè non sono i vezzi strutturali a turbare l’autore , bensì gli snodi di una trama che si sforza di essere  consequenziale e credibile in tutti i dettagli , secondo i dettami della classicità . Non sempre ci riesce , anche se il contesto diviso fra Rio de Janeiro , un albergo gestito da nani e un’isola deserta  aiuta a sorvolare sulle incongruenze e sulle forzature , incalzati non tanto dalla violenza dei fatti  , quanto dai deliri di pieni e di vuoti di un’ossessione che è nel contempo sia desolata pena che astuta ferocia  . Mentre i ruoli di vittima e carnefice sembrano alternarsi , per poi richiudersi sulla stessa immobilità della donna cadavere del fulmineo esordio . Trattandosi di uno studente di medicina , le suture sono tante , sia materiali che organizzative . Eppure il cinematografico Montes ha un’inventività e una sapienza dell’esistere che vanno oltre la casistica specifica e i vezzi di genere , ma si configurano  come vivido contorno ad un disagio che contrappone due modi diversi di essere giovani e di rappresentare il conflitto sia con l’attualità  che con i genitori . Affresco truce  e  preciso di un’inadeguatezza tra difesa e offesa , i giorni perfetti sono  il velleitario titolo di uno scombiccherato copione , e anche quelli che il personaggio desidera  costruire per il proprio futuro . L’autore ha dalla sua parte il pragmatismo di una giovinezza cui le bellurie letterarie non fungono da velo , e al tempo stesso un orecchio molto esercitato ai moti interiori , dilatati dalla normalità fino alle estreme conseguenze  . La scrittura è diretta ,  molto personale , e si coniuga bene con un racconto che vuole intrattenere senza stupire artificiosamente . Alla chiusura del libro , qualcosa della mente ronzante di Téo continua a rimanere e questo corrobora lo svago , sublimandolo in una interessante promessa autoriale .

4_MEZZA

TITOLI DI CODA di Petros Markaris , Bompiani 2015 , 311 pagine , 18,50 euro

Talvolta è più utile conoscere bene un usciere che non un amministratore delegato ,  così come un libro dichiaratemente poliziesco può rappresentarci la condizione di un paese meglio di un trattato socio economico . E l’oggetto di interesse in questo caso è la Grecia dei giorni nostri , di cui si percepiscono più le minacce al sistema europeo che non le reali condizioni interne . Ultimo titolo de La trilogia della crisi , Markaris mette in scena un’Atene assediata dalle emissioni dei mezzi pubblici mentre i palazzi del centro sono a lume di candela ,  e pesca nella storia lontana  per cercare di spiegare le contrapposizioni politiche di quella attuale . L’ormai abituale ispettore Charitos è alle prese con una serie di omicidi apparentemente collegati solo dalla rivendicazione di una firma : i greci degli anni cinquanta .Tra umili pensieri di gente qualsiasi ( “quelli che non si lasciano corrompere sono teste di cazzo , e quelli che si fanno corrompere sono mafiosi “) sfilano le contraddizioni dei singoli e le contrapposizioni di parte , con Alba dorata pervasivamente infiltrata negli uffici statali , e una situazione agli sgoccioli , di volta in volta imputata alla destra e alla sinistra , a partire dalla sanguinosa guerra civile del 1945-50 . Il passato si riverbera sul presente e si addentra negli illeciti scolastici come in quelli edili , mentre i quartieri si degradano insieme alle persone , e gli stranieri sono invisi e accusati di rubare il pane agli indigeni . Intanto una trama composita si dipana senza soverchio interesse , più congegnata per istruire una descrizione del presente che non per sfamare gli appassionati del genere . Markaris viene considerato in patria un intellettuale di vaglia che , attraverso le forme popolari del giallo , ha raggiunto un successo europeo intridendolo di passione civile . Ma in questo caso il suo puntiglio sembra perdersi in una topografia minuziosamente dettagliata e in una serie di figurine al contorno che , per quanto  tracciate acutamente in punta di penna , paiono scolorare l’una nell’altra . Il mestiere è rodato , ma risente delle  successioni e delle ripetizioni : gli affreschi dei quartieri e delle situazioni non oltrepassano uno sdegno generico perchè la serialità stessa rischia , come la Grecia , di giungere  ai titoli di coda . Il racconto è burocraticamente teso , e nel contempo annacquato dagli scontati rabbocchi degli affetti privati  , per cui ci si imbatte ripetitivamente in un contesto familiare ormai stereotipato , fra brindisi di ouzo e scorpacciate di moussaka . Non diversamente dagli ultimi Montalbano , l’ultimo Adamsberg , l’ultimo Carvalho . E’ il limite dei personaggi ricorrenti : li si accoglie come i bambini , mai sazi dell’iterazione di caratteristiche note , chiudendo magari un occhio sulla trama , che dovrebbe essere il punto forte cui tendere . Poi gli autori si ammosciano , tecnicamente impossibilitati a ripetere sempre gli stessi motivi e  gli stessi tic , magari senza illuminarli con un racconto adeguatamente sorprendente . Così invecchiano loro , i commissari , i greci , e anche i  lettori : la stanchezza subentra alle preoccupazioni politiche così come ai desideri ludici .

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AUTORITRATTO ALLO SPECCHIO  – 1907 – di Léon Spilliaert

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Marinella Doriguzzi Bozzo