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DE ZALONE

Non lo facciamo mai . Tuttavia , poichè ci è stato chiesto cosa si pensasse dell’ultimo titolo di Checco Zalone  , campione di incassi , stiracchiato da tutte le parti , rimandiamo a quanto scritto in precedenza  su Giudizio Universale , tacendo del pur piacevole Quo vado , forse il più pensato  in termini filmici , ma anche il meno interessante dal punto di vista sia linguistico che mimico .

MA CHE BELLA GIORNATA – 13 gennaio 2011

Confessiamo che eravamo rimasti a Siamo una squadra fortissimi , dunque alla preistoria . E che , forse un po’ snobisticamente , ci saremmo privati anche di quest’ultima tappa della carriera del nostro . Poi , però , qualche cosa ci ha incuriosito : la Parodi con i suoi consigli culinari in cima alla classifica dei libri più venduti ( pur con tutte le ricette che girano ormai anche all’ora del rosario ) ; idem la Littizzetto , alla undicesima ( 11esima ) acclamata fatica letteraria . E poi le prossime uscite cinematografiche di Antonio Albanese , o di Luca e Paolo , tanto per citare i primi nomi che ci vengono in mente .

Insomma , la televisione ovunque , al cinema come in libreria . Perché ? Perché masse di persone abbandonano la propria tana per trovare in altri luoghi le stesse cose che possono avere già pagate e comodamente a domicilio , senz’impegno , isole comprese ? Per continuare a ridere ? Non lo crediamo , visto che anche piangere gratifica moltissimo . Forse , semplicemente , perché non si può pensare quello che non si sa . E , quindi , si può amare soltanto ciò che si conosce e ri-conosce . Per la gloria della nostra istruzione scolastica e del nostro servizio televisivo pubblico , un tempo benemerito , e ora , temiamo , prossimo ad entrare in una strategia di commissariamento . Ma questo sarebbe un altro film : durata di parecchie ore, genere politico / indiziario / noir / horror .

Torniamo a Checco , dal fisico semipalestrato con pancetta a cipolla , lo sguardo binario tra lo stolido e il furboso , la giovanile calvizie pateticamente mascherata dalla rasatura di tendenza , la fisionomia indistinguibile da quella del vicino di casa . Nonché ( e qui riprendiamo l’assunto sulla monocultura televisiva ) la parlata gergale di chi conosce la madrelingua ad orecchio , mutuandola a vanvera dalle più improbabili fonti , a esprimere una illimitata fiducia nei propri scarsissimi mezzi . Ed ecco un’altra maschera da Unità d’Italia , che celebra le nozze tra nord e sud , e consente allo spettatore di ridere di sé , mettendo peraltro in atto un salvifico meccanismo di riconoscimento esclusivo dell’altro da sé .

Ora , data la marionetta , ci saremmo aspettati di vederla trascorrere da una gag all’altra , diluendo lo specifico televisivo in tempi fintamente filmici . E invece no , il ragazzo ci sa fare . Distingue i mezzi ,  sceneggia una storia , riesce ad uscire dal burattino del personaggio dato e ci innesta pure un’intonata colonna sonora . Nei panni di un aspirante carabiniere meridionale nordificato , viene dirottato al servizio di sicurezza della Madonnina del Duomo di Milano grazie alle multiple bocciature e allo zampino del prelato di turno . E , inserendosi nella nuova attività con pericoloso zelo ,  si innamora della terrorista araba , anche lei di turno . Che non aspettava altro . E via di snodi senza parentesi sino al doppiamente salvifico finale : della propria pelle e della propria carriera .

Elogio apparente della vitalità bruta , da nuovi barbari  , che non conosce sfumature e non si accorge di nulla , e perciò non teme . Ma al tempo stesso ,  filologia di un paese ignorante che promuove i peggiori per farli complici o per levarseli di torno . Con , tra le righe , quello che sembra ormai appannaggio quasi esclusivo della comicità , cioè accenni di critica vera , immediata , che va dritta al bersaglio , e che trae la sua forza dall’intelligenza e dalla simpatia .

Si trascorre un’ora e mezza senza sganasciarsi ma anche senza il minimo accenno di noia . Eppure i difetti sono molti : la storia è allo stato grezzo , la macchina da presa non ha che l’ambizione di riprendere le scene , la fotografia è quella dello zio Giacomo , i personaggi di contorno sono quasi tutti a disagio nella loro pelle (tranne il bravo Michele Alhaique nei panni di don Ivano) e recitano più o meno da filodrammatica . Probabilmente i tempi di allestimento , dopo Cado dalle nubi , il suo primo film , sono stati veloci per sfruttare il botteghino . Però si è di fronte a un animale da palcoscenico , che fa il mattatore grazie alla sua dirompente , presunta pochezza feroce e che riesce a compensare la relativa inesperienza con un talento autentico . Da cui vorremmo aspettarci ancora molto .

Come dire , a corollario della premessa : di sola televisione e di solo Zalone non si va da nessuna parte . Sembra di restare dove si è e invece progressivamente si arretra . Ma di non sola televisione si vive meglio , permettendosi anche il piacere di questa sorpresa di inusitata freschezza . Anche se è ormai un aggettivo da deodorante o da stracchino .

SOLE A CATINELLE – 4 novembre 2013

In questo ventennio italiano in cui l’oggi è identico al giorno prima come al giorno dopo , si annida la trappola sospesa di una cronaca che non riesce a farsi storia , secondo un presente sempre uguale che tuttavia non ci impedisce – beffa aggiuntiva – di invecchiare sterilmente . A differenza delle maschere della commedia dell’arte che mettono in scena tipi e stili codificati , perciò immarcescibili come tutti gli assiomi esemplificativi rappresi nel tempo . Premessa forse un po’ pomposa , utile tuttavia a recensire diversamente Sole a catinelle , terza fatica cinematografica di Checco Zalone . Il quale Checco  , non essendo l’italiano multiformemente medio di Sordi  ( intendendo per medietà lo sventagliamento di  vizi e inclinazioni )  bensì il simulacro di una proiezione zaloniana o zalonesca che reagisce ad una sotto-cultura eminentemente televisiva , ha almeno il buon gusto di sfiorire fisicamente con noi , pur nella sua peculiarità fisiognomica .

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Eccolo dunque in quell’età intermedia che passa attraverso un ispessimento propedeutico alla ruga , accantonata la cassetta degli attrezzi del corteggiamento in favore del baule familiare , quindi non solo marito e padre , ma anche lavoratore dimissionario e irresponsabile con cupidigie imprenditoriali : venditore porta a porta di aspirapolveri . L’innesco della vicenda risale a una sua incauta promessa nei confronti del figlio prepubere , che lo porta ad assumersi l’onere di una vacanza-premio a fronte di una pagella strepitosa , proprio mentre la moglie lo ha lasciato e non dispone del becco di un quattrino . Inutile dire che la storia è un pretesto per provocare e far reagire il personaggio , incastrandolo in un contesto che è più apologo che maniera , con il pregio di mettere storicamente in  rilievo il passaggio da un’epoca di capitalismo industriale a un periodo di capitalismo finanziario e speculativo : la società e le istituzioni si svuotano di contenuti , diventano inutilizzabili , assumono i connotati del si salvi chi può attraverso il fai da te identitario , tra edonismo , sgomitamenti , scorciatoie , soprusi ,  comparsate sui media .

E se forzare la lettura sociologica sarebbe un errore , altrettanto sbagliato risulta confondere i filmini di Zalone con un intrattenimento per poveri di spirito , come ci è stato rimproverato nella precedente recensione  di Ma che bella giornata , che può sovrapporsi a questa in quanto i titoli hanno quasi gli stessi pregi e difetti , essendo forme espressive individuali prossime all’autofiction sublimata di un autore-maschera . Maschera che tuttavia , a differenza delle altre , avanza umanamente nel tempo secondo una propria coerente traiettoria , mentre il contesto rimane sostanzialmente identico . La povertà di spirito non risiede nell’apprezzare Checco Zalone , ma nel vedere e nell’apprezzare solo Checco Zalone , che tuttavia ci rappresenta meglio dei tanti prodotti italici di genere che ricorrono sugli schermi , di cui tacciamo i titoli non per carità di patria , ma perché l’elenco sarebbe troppo lungo .

Che cosa consente a Zalone di permetterci novanta minuti lievi nell’accezione non ignobile del termine , senza peraltro nulla accantonare delle nostre amarezze epocali , ridendo e sorridendo ? Probabilmente alcuni pregi peculiari : la calibrazione mimica , l’attenzione filologica al linguaggio , la tempistica comica , la strutturazione ibrida di gag e di canzoni che tuttavia non si configurano come cuciture di episodi , e il richiamo umano di contraddizioni caratteriali che si elidono a vicenda .

Guardandolo ,  è un comunissimo non più ragazzo che tuttavia riesce ad imprimere al proprio fisico torsioni posturali e espressive con enfasi credibili ed equilibrismi millimetrici , ogni volta capaci di riassumere un’intenzione o una situazione e nel contempo di strizzare l’occhio in termini di auto-sfottimento ;  il linguaggio è addirittura professoralmente scempiato , secondo un’attenta presa in giro dell’aulicità masticata insieme al non senso , tanto da assurgere ad una forma di riconoscibilissima gergalità iniziatica per tutti . Ci si aspetta  una mossa o una parola , e queste a volte puntualmente arrivano , così come altrettanto fulmineamente ci spiazzano , sicché prevedibile e imprevedibile concorrono entrambi all’effetto farsesco , nell’ambito di una continuità che diventa quasi una forma di riconoscimento affettivo .

Le  storie sono fragili , ma godono dell’ipnotismo delle televendite mitologiche , e sono funzionali al suo protagonismo , tanto che le ambientazioni scenografiche , i comprimari e le comparse lo accompagnano con una docilità dimessa che rappresenta un involucro colato su misura . Infine , la sua feroce determinazione scevra di autocensure , eppure quasi inavvertitamente criticissima nei confronti del contesto , genera la stessa pulsione infantile delle favole note , spesso più reali del reale . Insomma , porta a  una forma di dipendenza da iterazione , sulle polarità della iattanza cialtrona e dell’adattabilità patetica . L’assunto dell’ultimo libro di Kundera – La festa dell’insignificanza – sembra girare intorno all’ipotesi che  la nostra epoca è comica perchè ha perduto il senso dell’umorismo . I piccoli spettacoli di Zalone ci fanno pensare per un’ora e mezza al contrario : si sorride benevoli a chi ci fa sorridere , proprio perché la mediocrità della ripetizione comincia ad assumere i connotati della tragedia.

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