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COSI’ HA INIZIO IL MALE

Come nel precedente Gli innamoramenti – 2011 –  i misteri di una coppia visitata dalla morte lungo un percorso di disvelamenti da thriller psicologico  , giocato come una partita a poker . A differenza de Gli innamoramenti  , una lunga , quasi incessante riflessione-rivendicazione in filigrana  sulla Spagna degli anni 80 , appena uscita dal regime franchista , dimenticato in fretta per un tacito patto sociale di bonifica del passato : niente vittime nè vincitori  , ma liberi tutti ,  in quanto occultare il male può servire a  evitare  il  peggio .

Marias torna nelle librerie con il suo ultimo romanzo , e chissà  se , come per McEwan , sono certe traiettorie alte  a flettere ogni tanto , oppure sono i lettori che cambiano , o viceversa non  cambiano affatto , pretendendo una  impossibile  crescita o almeno continuità dell’ispirazione . Certo è che , mentre in Tutte le anime o Un cuore così bianco – i titoli che preferiamo –  si ravvisavano delle ellissi narrative che fulminavano come una rivelazione , qui tutto è  criptato e al tempo stesso minuziosamente testimoniato in sequenza , nonostante i tagli temporali a ritroso . Ne risulta un ronzio avvincente , suscettibile di parecchie sottolineature esemplari ,  ma a tratti quasi meccanicamente importuno , perchè accadimenti e azioni ( talvolta quasi voyeuristicamente  in presa diretta ,  talaltra affidati all’oralità del ricordo )   sono continuamente commentati e spiegati intorno al sempre più inaffidabile confine fra  ipotesi e dissimulazioni , danni e risarcimenti .

Cinefilo e anglofilo  (  ancora una volta il titolo è tratto da Shakespeare , Amleto atto terzo , scena quarta )  Marìas produce il suo testo più civile e più teatrale ma , nonostante la ben più ampia libertà del romanzo , punta quasi tutto sui dialoghi e sui monologhi , con tratti cinematografici * che suppliscono un po’ artificiosamente alla necessità di far tornare un teorema a suspense , anche quando molto è  indovinabile in anticipo , pur senza diminuire  l’interesse della verifica  .

Attore principale il cinquantenne regista Eduardo Muriel , baffetti alla Errol Flynn e un unico occhio blu sparviero , amato , ammirato e poi giudicato dal giovane assistente Juan , la voce narrante e ragionante , che prima indaga su commissione , e poi viene fermato proprio quando l’evidenza gli si presenta , terribile e non occultabile . Perchè se la discorsività è la protagonista fra i protagonisti  , i suoi contenuti sono assertivi eppure inaffidabili , essendo la stessa ragione morale  ambigua , in cerca della verità e al tempo stesso paradossalmente ansiosa di non guardarla in faccia , pena altre conseguenze e altre responsabilità . Le domande del plot sono concatenate ,  sostanzialmente riconducibili ad un passato che continua a tornare : perchè un uomo buono e fondamentalmente etico tratta in modo sprezzante una moglie devota ed amabile ? Perchè un amico stretto della famiglia , pediatra dagli affascinanti e repellenti tratti somatici , è un individuo a cui si deve addirittura la vita , e nel contempo – forse –  il più abietto degli aguzzini ?

I temi sono molti e essenziali  : il tempo che passa senza passare , perchè i nostri atti ci seguono ; la fama , il denaro e soprattutto il  sesso , che segnano e ripetono le epoche , interpretandone diversamente il meglio e il peggio ; il tradimento di se stessi e degli altri , indipendentemente dalla volontà di frode o di giustizia ; la soggettività irriducibile dei diversi punti di vista , che sposta redenzioni e colpe ; le discontinuità generazionali e quelle individuali  all’interno di ogni singolo percorso di vita , fra illusioni e timori ; e , soprattutto ,  la Storia nella sua alterna ricostruzione di indagine e di oblio  , quando molti si piegarono al potere e pochissimi no . Insomma , l ‘arte dubbia dello stare al mondo soli e accompagnati , su un palcoscenico che scricchiola  tra assoluzione e colpa , enfatizzate dalla tumultuosa conversione di una dittatura in una democrazia . All’epoca ancora in   attesa di determinati diritti civili , ma come inebriata dall’improvviso recupero di  notti senza fine e senza freno .

Amalgama di inclinazioni private ( l’anedottica  cinematografica )  e di reminiscenze familiari ( lo zio regista Jess Franco , a far da contraltare reale all’immaginario Muriel ) l’ultimo Marìas  è il tentativo impellente di tornare alla passione e alla riflessione civile travestendola da romanzo , con tratti di genere . Non tutto funziona : gli sdraiamenti sul pavimento del protagonista dapprima sono godibili e poi diventano maniera ; i segni caratteriologici dei personaggi sono a tratti plasticamente perfetti e poi soffrono la ripetizione ; i mestieri sono sì osservati da vicino , eppure astratti e confusi ( ma che regista è Muriel , ma cosa diavolo fa tutto il giorno il suo  giovane assistente ?) ;  l’obliquità di certe scene (  lo spionaggio notturno filtrato da porte socchiuse  , l’ episodio del Santuario ) rivela un’innaturalezza strumentale, aggravata da una continua interrogazione  fra lo gnomico e il sentenzioso  .. e si potrebbe continuare  . Non tanto per fare degli appunti pedanti ad un autore di vaglia , nonchè affettuosamente ammirato , quanto perchè le coerenze delle scelte devono essere anche tecnicamente rispettate . Se una di queste è il realismo a supporto di una riflessione sociale e storica , realismo deve essere . Invece le note dissonanti e le forzature dell’ideazione sono parecchie . Per fortuna molte pagine sono mirabili , ma persino troppo semplificate e reiterate , spesso in guisa di riassunto delle puntate precedenti  .

Attraverso la sua complessa Trilogia , lo scrittore deve aver preso coscienza che i lettori attuali sono sempre meno letterariamente addottrinati , e cerca di essere capito . Al punto da creare una complicità continua quasi discorsivamente diretta , ibridando il pamphlet con un melodramma a tesi  e , soprattutto ,  l’azione con la parola , anche  a prezzo di scuciture , insistenze , opacità inventive . Se l’arte deve essere non tanto impopolare quanto  “difficile” , ebbene lo sia , senza tentennamenti o edulcorazioni , come in  Domani nella battaglia pensa a me . Anche là la voce imperversava inarrestabile ,  quasi eviscerandosi sulla  pagina , ma gli avvenimenti al contorno ,  così rarefatti e straniati , la sopportavano egregiamente . Invece sembra che l’andirivieni  delle parole in   Così ha inizio il male  non sia altrettanto omogeneo e funzionale al contesto . Almeno non fino in fondo .

*Si veda la scena rivelatrice del Santuario di Nostra Signora di Darmastadt , probabilmente ispirata all’equivoca Ambrose Chapel de L’uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock


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Il libro

COSI’ HA INIZIO IL MALE di Xavier Marìas , Einaudi 2015 , 451 pagine , 21 euro

L’autore

Javier Marìas Franco – 1951 , Madrid  –  nasce in una famiglia di intellettuali e di cineasti . A causa della proscrizione franchista del padre ,  insegnante universitario di filosofia e di sociologia , trascorre gran parte dell’infanzia negli Stati Uniti .Tornato il Spagna nel 1968 , consegue la maturità e si iscrive all’Università Complutense di Madrid . Comincia a guadagnare precocemente scrivendo sceneggiature di serie B per lo zio Jess Franco e per il cugino Ricardo Franco Rubio . Dopo i suoi due primi romanzi , si laurea nel 1973 in Lettere e Filosofia . In seguito alla morte precoce della madre , torna da Barcellona  nella casa avita di Madrid . Nel 1978 vince il Premio internazionale della traduzione per la  versione spagnola del Tristram Shandy di Sterne . Seguono le collaborazioni giornalistiche a El Paìs , alcune traduzioni di Stevenson e di Conrad , alternate ad altri romanzi . Per alcuni anni è docente di letteratura spagnola a Oxford , poi va a vivere a Venezia , dove nel 1986 termina il suo quinto romanzo , Un uomo sentimentale , tradotto in varie lingue . Seguono Un cuore così bianco – 1992 – Domani nella battaglia pensa a me  – 1994 . Poi le traduzioni di Nabokov e di Faulkner . Intanto partecipa a varie battaglie di natura politica e civile . A partire dal 1999 è anche il proprietario di una casa editrice . Dal 2006 è membro dell’Accademia Reale della lingua spagnola . E’ vincitore di innumeri premi e tradotto in cinquanta paesi . Tra gli altri suoi romanzi  : Nera schiena del tempo  – 2002 –  la trilogia Il tuo volto domani  –  2003/2007 .

La citazione

” Impossibile recuperare l’inesperienza degli anni giovani quando si è fatto un tratto ben più lungo di strada , impossibile trovare oscuro quello che ci era oscuro allora , quando ormai lo abbiamo ben chiaro , l’ignoranza non torna , nemmeno quando vogliamo raccontare dei tempi in cui eravamo benedetti o vittime , è ingannevole chi racconta dandosi arie d’innocente , fingendo l’ingenuità della sua infanzia o adolescenza o giovinezza , chi afferma di adottare lo sguardo del bambino che non è più – quando il suo sguardo è gelo , occhio brinato – così come è ingannevole il vecchio che rievoca a partire dalla maturità , e non dalla vecchiaia , che ormai domina tutt’intera la sua visione del mondo e la sua conoscenza degli altri e di se stesso , e come sarebbero ingannevoli i morti – se potessero parlare o bisbigliare – se volessero adottare la prospettiva dei vivi ignari e incompiuti che sono stati…”

” Che a nessuno venisse imposto di rendere conto di quello che aveva fatto davanti alla giustizia presupponeva un patto sociale , equivaleva a dirci l’un l’altro : ” E va bene , lasciamo andare . Se per vivere in un paese normale e smettere di ammazzarci a vicenda è necessario che nessuno paghi , stracciamo le vecchie fatture e ricominciamo daccapo . E’ un prezzo accettabile , perchè in cambio avremo , se non il paese che volevamo , qualcosa che gli assomiglierà da vicino “.

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Marinella Doriguzzi Bozzo